Il termine "mutanda" viene dritto dal latino mutandus (dal verbo mutare) e significa letteralmente "cosa che deve essere cambiata". Un imperativo igienico mica da ridere. Eppure, per gran parte della storia umana, le donne hanno fatto tranquillamente a meno di questo indumento.
Se oggi ci sembra inconcepibile uscire di casa senza, per secoli la pensavano diversamente. Facciamo un viaggio (senza veli) nella storia del costume.
Se partiamo dall'inizio, scopriamo che nell'Antico Egitto si stava freschi: la gente comune indossava un semplice perizoma di lino, ma le donne spesso portavano solo una tunica leggera, senza nulla sotto.
A Roma, invece, le cose si fanno interessanti. Le donne usavano il subligaculum (una sorta di short o perizoma in pelle o tessuto), ma lo indossavano quasi esclusivamente per fare ginnastica o alle terme. Un esempio famosissimo? I celebri mosaici delle ragazze in bikini a Piazza Armerina, dove si vedono chiaramente queste antenate degli slip sportivi. Sotto le toghe di tutti i giorni, però, non si portava niente di niente.
Per secoli, la mutanda è rimasta un indumento prettamente maschile. Le donne si limitavano a indossare una lunga camicia sotto il vestito.
Nel corso dei secoli le mutande sono entrate e uscite dai guardaroba femminili, ma fino al ’700 erano considerate un indumento decisamente sconveniente.
Nel '500, però, due grandi donne provano a cambiare le regole:
Caterina de' Medici: introduce l'uso dei mutandoni tra le nobildonne europee per una ragione puramente pratica: andare a cavallo. Servivano a coprire le gambe delle signore durante l'equitazione ed evitare "spifferi" o sguardi indiscreti.
Isabella d'Este: in Italia è lei a sdoganarle. Potete curiosare tra i dettagli storici cercando le cronache sulla storia della biancheria intima Isabella d'Este, i cui modelli erano larghi e lunghi fino al ginocchio.
Il problema? Diventano subito uno strumento di seduzione fin troppo efficace. Confezionate con fili d'oro, d'argento, ricami e pietre preziose, le mutande vengono associate a una scandalosa libertà di costumi. A Venezia diventano persino l'indumento simbolo delle cortigiane, che le lasciavano intravedere sollevando maliziosamente le gonne. Risultato? La Chiesa le osteggia duramente, reputandole un capo osceno e libidinoso.
Le mutande femminili entrano nell’uso comune con un ritardo clamoroso. All’inizio dell’Ottocento, pur fra mille resistenze morali, diventano finalmente parte della biancheria quotidiana.
Dimenticate il pizzo sexy: il modello dell'epoca consiste in lunghe brache tubolari dell'ottocento, mutandoni che arrivavano alle caviglie, accuratamente nascosti sotto strati di gonne e croline. Insieme a loro nasce la vera e propria biancheria intima bianca, ma per lungo tempo resta un lusso riservato alle signore dell'alta borghesia. Nelle classi popolari, l'uso comune arriverà solo all'inizio del Novecento.
Con il progredire del XX secolo, la mutanda inizia a rimpicciolirsi a ritmi vertiginosi:
Anni '10 e '20: Con l'avvento della "donna fatale", l'intimo si fa erotico. Nel famigerato ballo del Can-Can, le ballerine sollevano le gonne mostrando calze nere e mutande ammiccanti. Subito dopo, negli anni '20, si trasformano in corti e comodi "pagliaccetti".
Anni '60: Arriva la rivoluzione della minigonna inventata da Mary Quant. Se la gonna si accorcia drasticamente, la mutanda deve fare altrettanto: nascono così gli slip piccoli, discreti e aderenti che conosciamo oggi.
Oggi le mutande sono disponibili in ogni foggia, colore e materiale possibile, pilastro indiscso della nostra quotidianità. Anche se, a dirla tutta, nel mondo dello spettacolo e sui red carpet contemporanei si preferisce talvolta farne a meno (esattamente come nel Medioevo!) per evitare che i segni dell'intimo rovinino la linea di certi strettissimi abiti da sera.
La storia, in fondo, è un eterno ritorno.
E voi? Sapevate che un tempo le mutande erano considerate "da donne di malaffare"? Quale epoca storica vi stupisce di più per le sue abitudini quotidiane? Scrivetelo nei commenti!

Commenti
Posta un commento