Il Diluvio Universale prima della Bibbia: quando gli dei sumeri distrussero l'uomo per il troppo rumore
Esistono storie che appartengono a tutta l'umanità, racconti così radicati nella nostra cultura che pensiamo siano nati con noi. Se chiedessi a chiunque di parlarmi del Diluvio Universale, la mente volerebbe subito a un vecchio con la barba bianca, a un'arca di legno stipata di animali e a una colomba con un ramoscello d'ulivo nel becco.
Ma se vi dicessi che secoli prima che venisse scritta la Genesi ebraica, gli scribi mesopotamici avevano già inciso la stessa identica storia su tavolette d'argilla fresca?
Quando nell'Ottocento gli archeologi decifrarono il mito di Atrahasis (noto anche come il mito del super-saggio) e l'undicesima tavoletta dell'Epopea di Gilgamesh, il mondo tremò. C'era un'arca, c'era una tempesta apocalittica, c'erano gli animali salvati e persino il rilascio finale degli uccelli per trovare la terraferma. Eppure, c'era una differenza colossale. Nella versione mesopotamica, il motivo per cui gli dei decidono di sterminare l'umanità non ha nulla a che fare con il peccato o la moralità. La verità è molto più meschina e terribilmente umana: gli uomini facevano troppo rumore e gli dei avevano il sonno leggero.
Per capire perché gli dei si siano arrabbiati così tanto, dobbiamo fare un passo indietro, a quando il mondo era appena stato creato. Secondo il testo cuneiforme di Atrahasis, all'inizio dei tempi l'universo era diviso in due categorie di divinità: gli dei maggiori (gli Anunnaki), che stavano comodamente seduti a gestire il potere, e gli dei minori (gli Igigi), che dovevano lavorare la terra.
E per "lavorare" i Sumeri intendevano la dura realtà della loro terra: scavare canali d'irrigazione, dragare fiumi sotto il sole cocente dell'Eufrate e trasportare tonnellate di fango per coltivare il grano. Dopo 3.600 anni di fatiche immani, gli dei operai dissero basta. Diedero fuoco ai loro strumenti di lavoro, marciarono verso il palazzo del re degli dei, Enlil, e lo circondarono minacciosi.
Enlil, nel panico, convocò il consiglio divino. A risolvere la situazione fu, ancora una volta, il saggio Enki (il dio delle acque dolci e della magia): "Creiamo un sostituto che faccia il lavoro pesante al posto degli Igigi. Creiamo l'essere umano".
Gli dei presero così l'argilla, la impastarono con il sangue di un dio ribelle sacrificato per l'occasione (per dare all'uomo la scintilla dell'intelletto) e diedero vita all'umanità. Il piano funzionò: gli uomini iniziarono a zappare, scavare canali e offrire sacrifici succulenti agli dei, che finalmente potevano riposare.
C'era però un effetto collaterale che Enki non aveva previsto. Gli esseri umani erano straordinariamente fertili. Passarono milleduecento anni e la Terra si riempì di persone. Le città mesopotamiche brulicavano di vita, mercati, bambini, officine e canali.
Il testo cuneiforme descrive la situazione con parole chiarissime: “La terra divenne vasta, gli uomini si moltiplicarono. La terra ruggiva come un toro selvaggio”.
Questo immenso rumore di fondo saliva dritto verso il cielo, arrivando fino alle stanze da letto di Enlil. Il re degli dei, tormentato dall'insonnia cronica, andò su tutte le furie. Convocò il consiglio e dichiarò: "Il baccano dell'umanità è diventato insopportabile. A causa del loro rumore, non riesco più a prendere sonno!".
Invece di chiedere di abbassare il volume o imporre un coprifuoco, Enlil scelse la linea dura: lo sterminio.
Enlil tentò prima di risolvere il problema con una terribile carestia e poi con una pestilenza, sperando di decimare la popolazione e ritrovare la pace. Ma ogni volta, il re-saggio Atrahasis (l'equivalente sumerico di Noè), devoto al dio Enki, andava di nascosto dal suo protettore a chiedere aiuto. Enki, che amava le sue creature e non voleva perdere i sacrifici umani, suggeriva ad Atrahasis il trucco per salvarsi: smettere di offrire doni a tutti gli dei e corrompere solo il dio della pestilenza o della pioggia per far cessare il castigo. L'umanità così si salvava e tornava a moltiplicarsi, più rumorosa di prima.
Enlil, ormai sull'orlo di un esaurimento nervoso per la mancanza di sonno, decise di giocare l'ultima carta: il Diluvio. Costrinse tutti gli dei, compreso Enki, a giurare sul sacro cuneo che non avrebbero rivelato agli umani l'imminente catastrofe.
Enki si trovava in un vicolo cieco. Aveva giurato di non parlare agli umani, ma non poteva guardare la sua creazione preferita affogare. Così, aggirò il giuramento con una furbizia degna di un avvocato.
Andò alla capanna di canne dove dormiva Atrahasis e, sapendo che il re era all'interno, iniziò a parlare ad alta voce rivolgendosi non all'uomo, ma alla parete della capanna:
Atrahasis, ascoltando attraverso il muro, capì al volo. Usò tutte le sue ricchezze per assumere carpentieri e costruttori, dicendo alla città che doveva partire perché il dio Enlil ce l'aveva con lui. Costruì un'immensa nave a forma di cubo perfetto (struttura tipica delle imbarcazioni fluviali mesopotamiche), la sigillò con tonnellate di bitume per renderla impermeabile e vi fece salire la sua famiglia, gli artigiani che lo avevano aiutato e "ogni specie di animale selvatico e domestico".
Quando il cielo iniziò a farsi nero e i primi tuoni squarciarono l'aria, Atrahasis salì a bordo e sigillò la porta.
Il Diluvio mesopotamico non è una pioggerellina rinfrescante che alza il livello dell'acqua. È un cataclisma cosmico. I testi dicono che i venti ululavano come demoni in battaglia, l'oscurità inghiottì il giorno e l'acqua travolse le montagne con una violenza tale che "nessuno riusciva a vedere il proprio fratello".
La violenza dell'elemento fu tale da spaventare gli dei stessi. Gli Anunnaki, che pensavano di aver orchestrato una pulizia domestica programmata, si resero conto che il mondo stava andando in pezzi. Terrorizzati dalla furia dell'acqua, fuggirono verso il cielo più alto, il cielo di Anu.
Il testo cuneiforme ci regala un'immagine tragicomica delle grandi divinità: si rifugiarono lungo le mura del cielo, "accovacciati e rannicchiati come cani spaventati". La dea Ishtar piangeva e urlava, pentita di aver acconsentito al decreto di Enlil: "La mia creazione è diventata come carne di pesce che riempie il mare!".
Ma il vero dramma degli dei iniziò dopo qualche giorno. Essendo l'umanità scomparsa sotto l'acqua, non c'era più nessuno sulla Terra che accendesse i forni dei templi o offrisse carne arrostita e birra. Gli dei scoprirono la fame e la sete. Le grandi divinità dell'universo stavano morendo di inedia, con le labbra arse, bloccate in cielo a rimpiangere quegli umani così fastidiosi ma così terribilmente utili.
Dopo sette giorni e sette notti, la tempesta si placò. L'arca di Atrahasis si incagliò sulla cima del monte Nimush. L'uomo aprì una botola e vide che il mondo era diventato un immenso oceano grigio e silenzioso.
Esattamente come farà Noè, Atrahasis liberò prima una colomba, che tornò indietro perché non c'era posto dove posarsi; poi una rondine, che fece lo stesso; infine un corvo, che vide le acque ritirarsi, mangiò, gracchiò e non tornò più.
Atrahasis scese dall'arca, costruì un altare di pietra e vi bruciò sopra delle offerte di carne, versando libagioni di birra e vino. Il profumo del grasso arrostito salì verso il cielo. Il testo descrive la reazione divina con un'ironia tagliente: “Gli dei sentirono il dolce profumo, e si raccolsero attorno all'offerta come mosche”. Finalmente potevano mangiare.
Quando Enlil arrivò e vide che Atrahasis era sopravvissuto, andò su tutte le furie, capendo subito che Enki lo aveva tradito. Ma Enki prese la parola e calmò il re degli dei con un discorso magistrale: "Invece di scatenare un Diluvio per azzerare tutto, castiga il colpevole! Se un uomo pecca, punisci lui, ma non distruggere l'umanità. Lascia che i leoni e i lupi decimino la popolazione, o scatena una carestia se c'è troppo rumore, ma non l'acqua".
Enlil, sazio e pentito per aver quasi causato l'estinzione dei suoi "cuochi", accettò il compromesso. Concesse l'immortalità ad Atrahasis e a sua moglie, mandandoli a vivere ai confini del mondo, e ordinò a Enki di rimodellare la demografia umana. Da quel momento, per evitare che la Terra diventasse troppo rumorosa, gli dei crearono la mortalità infantile, la sterilità di alcune sacerdotesse e i demoni che rapiscono i bambini. Un finale amaro, tipicamente mesopotamico, in cui la stabilità del mondo si paga sempre con una quota di dolore.

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