La vera storia di Gilgamesh: l’incredibile viaggio del primo antieroe dell’umanità


Cinquemila anni fa, sulle mura della città di Uruk, un uomo guardava l'orizzonte con il cuore gonfio di rabbia e terrore. Quell'uomo non era un cittadino qualunque: era un semidio, aveva una forza prodigiosa, un corpo scolpito nel bronzo e un'arroganza che faceva tremare persino gli dei. Il suo nome era Gilgamesh.


Oggi siamo abituati a pensare all'Epopea di Gilgamesh come a un polveroso testo scolastico, il primo mattone della letteratura mondiale da studiare per dovere e poi dimenticare. Ma se togliamo la patina del tempo dalle tavolette d'argilla rinvenute a Ninive, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente diverso. Non è una favola moralista, né una cronaca di vittorie militari. È la storia di una spettacolare crisi di mezza età. È il racconto, tragico e a tratti ironico, di un uomo che aveva tutto — potere, bellezza, ammiratori — e che improvvisamente si rende conto dell'unica cosa che non potrà mai comprare o conquistare: l'immortalità.

Prima di Batman, prima di Achille e secoli prima di qualunque eroe della Marvel, Gilgamesh è stato il primo vero antieroe della storia. E la sua parabola inizia nel peggiore dei modi.


Un tiranno insopportabile e la nascita di Enkidu

All'inizio del mito, Gilgamesh è il classico leader tossico. Re di Uruk per diritto divino (era per due terzi dio e per un terzo uomo), non sa cosa fare della sua immensa energia. Risultato? Tormenta i suoi sudditi giorno e notte. Costringe i giovani a fatiche immani per costruire le mura della città e, come se non bastasse, pretende il diritto di passare la prima notte di nozze con ogni sposa del regno.

I cittadini di Uruk, disperati, alzano le mani al cielo e implorano gli dei: "Fate qualcosa, create qualcuno che possa tenergli testa, o ci distruggerà".

La risposta degli dei è una mossa geniale di ingegneria biologica. Prendono un pizzico di argilla e creano Enkidu, l'uomo selvaggio. Enkidu non conosce la civiltà: ha il corpo coperto di pelo, vive nei boschi con le gazzelle, corre veloce come il vento e libera gli animali dalle trappole dei cacciatori. È l'esatto opposto di Gilgamesh: la natura selvaggia contro la civiltà urbana.


Lo svezzamento più bizzarro della storia

Come si fa a civilizzare un uomo che vive come una bestia? I Sumeri, con il loro proverbiale pragmatismo, non mandarono un filosofo, ma Shamhat, una prostituta sacra del tempio. Il piano funzionò alla perfezione. Dopo sei giorni e sette notti di passione, Enkidu scopre che le gazzelle lo rifiutano e scappano da lui. Ha perso la sua velocità animalesca, ma ha guadagnato l'intelletto umano.

A questo punto, Shamhat lo introduce ai veri pilastri della civiltà mesopotamica: lo veste, gli insegna a parlare e, soprattutto, gli offre del pane e sette giare di birra. Il testo cuneiforme descrive la scena con un realismo meraviglioso: Enkidu beve, il suo cuore si fa allegro, la sua faccia splende e, dopo essersi lavato e unto con olio, diventa finalmente un uomo.


Il colpo di fulmine (e di pugni) tra due rivali

Quando Enkidu arriva a Uruk, trova la città in fermento: Gilgamesh sta per reclamare l'ennesima sposa. Enkidu, sdegnato, si piazza davanti alla porta della camera nuziale e gli sbarra la strada.

Lo scontro è brutale. I due si afferrano, ringhiano, abbattono stipiti di pietra e fanno tremare le case di Uruk. Ma nel bel mezzo della rissa, succede qualcosa di inaspettato: Gilgamesh guarda Enkidu negli occhi e capisce che quell'uomo selvaggio è il suo specchio. Qualcuno che lo capisce davvero, che è forte quanto lui, che non lo teme e non lo adula. La lotta si interrompe, i due si abbracciano e da quel momento diventano inseparabili.

È l'inizio della più grande amicizia della letteratura. Insieme compiono imprese leggendarie: viaggiano fino alla remota Foresta dei Cedri e sconfiggono il mostruoso guardiano Khumbaba, sfidando i divieti del dio Enlil. Al loro ritorno, Gilgamesh è così splendido che la dea Ishtar in persona si innamora di lui e gli propone il matrimonio.

Ma Gilgamesh, arrogante come sempre, la rifiuta pubblicamente, elencando tutti gli amanti precedenti che la dea ha prima amato e poi crudelmente trasformato in lupi o ranocchie. Ishtar, furiosa per l'umiliazione, scatena contro Uruk il Toro Celeste, una piaga divina che fa crepare i canali e morire migliaia di persone. Eppure, Gilgamesh ed Enkidu sconfiggono anche il Toro, commettendo l'errore fatale di lanciare una coscia della bestia in faccia alla dea infuriata.


La svolta tragica: quando muore il tuo specchio

Gli dei, stanchi di essere sbeffeggiati da due mortali, si riuniscono a consiglio e decretano la fine dell'equilibrio: Enkidu deve morire.

Non muore in battaglia, protetto dalla gloria. Muore a letto, consumato da una malattia misteriosa inviata dagli dei, maledicendo il giorno in cui ha lasciato i boschi. E qui, l'Epopea cambia pelle. Il tono si fa cupo, intimo, quasi claustrofobico.

Gilgamesh non accetta la perdita. Rimane accanto al corpo dell'amico per giorni, piangendo e urlando come una leonessa a cui hanno strappato i cuccioli. Non permette a nessuno di seppellire Enkidu, finché un dettaglio horror non lo ridesta bruscamente dal suo delirio: un verme cade dal naso del cadavere.

In quel preciso istante, la mente del re di Uruk va in frantumi. Il verme non rappresenta solo la fine di Enkidu; rappresenta il futuro di Gilgamesh. “Anche io morirò? Anche io diventerò così?”, si chiede. La crisi di mezza età colpisce il semidio con la violenza di un maglio. Il potere non serve a nulla, le mura della città sono solo gabbie di mattoni. Gilgamesh si toglie le vesti regali, indossa una pelle di leone logora e fugge nel deserto, trasformandosi, per ironia della sorte, nel selvaggio che era il suo amico.


La ricerca dell'immortalità e il saggio della birra

Il viaggio di Gilgamesh diventa un'ossessione solitaria. Vuole trovare Utnapishtim, l'unico uomo scampato al Diluvio Universale a cui gli dei hanno concesso il dono della vita eterna.

Lungo la strada, stanco e consumato dai viaggi, il re arriva a una locanda ai confini del mondo, gestita da una misteriosa donna di nome Siduri, la taverniera degli dei (e custode della birra). Il dialogo tra i due è uno dei momenti più moderni e filosofici di tutta l'opera. Vedendo questo guerriero ridotto a uno straccio, Siduri gli dà un consiglio che anticipa di millenni il Carpe Diem di Orazio:

"Gilgamesh, dove corri? La vita che cerchi non la troverai mai. Quando gli dei crearono l'uomo, gli assegnarono la morte, e tennero per sé la vita. Tu, Gilgamesh, riempi il tuo stomaco, giorno e notte sii felice, danza e gioca! Guarda il bimbo che ti tiene per mano, fa' felice la sposa che stringi al petto. Questo è il destino dell'uomo."


Ma Gilgamesh è troppo testardo, ha lo sguardo fisso sull'orizzonte e rifiuta la saggezza della quotidianità. Continua a camminare, attraversa le Acque della Morte e finalmente trova il vecchio Utnapishtim.


Il grande fallimento: l'uomo che non sapeva dormire

La risposta del Noè mesopotamico alla richiesta di immortalità è una doccia fredda. Utnapishtim spiega a Gilgamesh che la vita eterna non è un premio che si vince con la forza, ma un'eccezione concessa una sola volta dagli dei dopo il Diluvio. Tuttavia, decide di metterlo alla prova con un test apparentemente semplicissimo: “Se pensi di poter sconfiggere la Morte, prova prima a sconfiggere il Sonno, che della Morte è il fratello minore. Rimani sveglio per sei giorni e sette notti”.

Gilgamesh accetta con orgoglio, si siede... e crolla addormentato all'istante, sfinito dal viaggio.

Per evitare che il re menta una volta sveglio, la moglie di Utnapishtim cuoce una pagnotta di pane per ogni giorno in cui il re dorme, allineandole accanto alla sua testa. Quando Gilgamesh si sveglia, convinto di aver chiuso gli occhi solo per un secondo, si trova davanti una fila di pagnotte: la prima è completamente marcita, l'ultima è ancora fresca. Ha dormito sette giorni. Ha fallito miseramente.

Mossa a compassione, la moglie di Utnapishtim rivela al re sconfitto un ultimo segreto: sul fondo dell'oceano cresce una pianta spinosa capace di ridare la giovinezza a chi la mangia. Gilgamesh si lega delle pietre ai piedi, si cala negli abissi e raccoglie la pianta. È felice. Pensa di portarla a Uruk, di dividerla con i vecchi della città e di ritornare giovane.

Ma il destino ha un senso dell'umorismo spietato. Durante il viaggio di ritorno, Gilgamesh si ferma a fare il bagno in una pozza d'acqua fresca. Mentre si rilassa, un serpente esce dall'acqua, sente il profumo della pianta, la ruba e la mangia. All'istante, il serpente cambia pelle, ringiovanendo, e scompare tra le rocce. Gilgamesh si siede sul bordo della pozza e, per la prima volta, piange lacrime amare. Non gli è rimasto nulla.


Il ritorno a Uruk: l'immortalità che non ti aspetti

L'epopea si chiude esattamente dove era iniziata: davanti alle mura di Uruk. Gilgamesh torna a casa a mani vuote, stanco, invecchiato. Guarda le grandi mura di mattoni cotti, i frutteti, i templi e i magazzini della città che ha costruito.

E in quel momento, avviene il vero miracolo. Gilgamesh capisce. Capisce che l'uomo non vince la morte trovando formule magiche o piante sul fondo dell'oceano, ma lasciando dietro di sé qualcosa che duri nel tempo. L'unica immortalità concessa all'essere umano è la memoria delle sue opere, la cultura, le storie che verranno raccontate dalle generazioni future.

Mentre scriviamo e leggiamo di lui, cinquemila anni dopo, Gilgamesh è ancora vivo. E la sua crisi di mezza età, impressa sul fango dell'Eufrate, continua a essere la nostra.


La Tavoletta del Giorno

Se pensi che Gilgamesh avesse problemi con gli dei, aspetta di vedere cosa succede quando una dea decide di scendere direttamente all'inferno... e rimanerci bloccata. Nel prossimo articolo esploreremo la scandalosa e darkissima storia della Dea Inanna!

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