Se potessimo fare un sondaggio tra gli abitanti della Mesopotamia antica per scoprire quale fosse la divinità più amata, temuta e, ammettiamolo, chiacchierata delle tavolette d'argilla, il verdetto sarebbe unanime: Inanna (nota ai babilonesi come Ishtar).
Inanna non era la classica dea madre dolce e rassicurante. Era la regina del cielo, la dea dell'amore passionale, della guerra geopolitica e dell'ambizione sfrenata. Protagonista assoluta dell'immaginario sumerico, Inanna era una forza della natura che viaggiava su un carro trainato da leoni, rubava i segreti della civiltà agli altri dei dopo averli fatti ubriacare e non accettava mai un "no" come risposta.
Ma c'è un racconto, inciso su tavolette risalenti a più di quattromila anni fa, che supera tutti gli altri per fascino e oscurità. È il mito della sua discesa agli inferi. Una storia di potere, sorellanza tossica, morte e resurrezione che ha letteralmente inventato le atmosfere del genere dark fantasy millenni prima di Game of Thrones.
Ma perché la regina del cielo decise di abbandonare lo splendore dei suoi templi per scendere nel regno dei morti? La risposta è semplice: per pura e semplice ambizione.
Il regno da cui nessuno fa ritorno: la geografia del Kurnugi
Nel pantheon sumerico, l'oltretomba non era un luogo di purificazione o di fiamme eterne. Si chiamava Kurnugi, che significa letteralmente "la terra del non ritorno". Era un mondo sotterraneo grigio, polveroso e claustrofobico, dove le anime dei defunti — dai mendicanti ai grandi re — vagavano rivestite di piume come uccelli, accovacciate nel buio, con solo la polvere come cibo e l'argilla come bevanda.
A governare questo immenso deserto sotterraneo c'era Ereshkigal, la sorella maggiore di Inanna. Se Inanna era la luce, il successo e la vita, Ereshkigal era l'ombra, l'isolamento e la decomposizione. Le due sorelle si odiavano con una ferocia squisitamente divina.
Attorno al 2000 a.C., il marito di Ereshkigal, il Toro Celeste (lo stesso ucciso da Gilgamesh nel primo capitolo), muore. Inanna decide che quello è il pretesto perfetto: dichiara di voler scendere nel Kurnugi per porgere le sue condoglianze alla sorella vedova. In realtà, il piano di Inanna è molto più aggressivo: vuole spodestare la sorella e annettere il regno dei morti al suo impero celeste.
Inanna, però, non è stupida. Sa che il Kurnugi è una trappola. Prima di partire, dà istruzioni precise a Ninshubur, la sua fedele assistente e visir: "Se tra tre giorni non sarò tornata, vai dai grandi dei Enlil e Nanna e implora il loro aiuto. Se rifiutano, vai dal saggio Enki. Lui troverà un modo per tirarmi fuori".
I sette cancelli e lo spogliarello rituale
Inanna si presenta alle porte dell'oltretomba vestita con i suoi abiti più sontuosi e adornata con i sette Me, i paramenti sacri che racchiudono i suoi poteri divini: una corona, una collana di lapislazzuli, uno scettro, e splendidi gioielli d'oro.
Quando bussa al portone, Neti, il guardiano capo degli inferi, corre da Ereshkigal: "C'è tua sorella Inanna qui fuori, pretende di entrare". Ereshkigal capisce al volo le intenzioni della sorella e formula una vendetta spietata. Ordina a Neti di aprire i sette cancelli del regno, ma a una condizione: Inanna dovrà sottostare all'antica legge del Kurnugi, secondo cui nessuno può entrare nel mondo dei morti mantenendo i privilegi del mondo dei vivi.
Il viaggio di Inanna attraverso i cancelli si trasforma in un incubo burocratico e psicologico:
Al primo cancello, Neti le toglie la grande corona dal capo. Inanna protesta: "Che cos'è questo?". Il guardiano risponde secco: "Silenzio, Inanna. I costumi dell'oltretomba sono perfetti. Non discutere i decreti della morte".
Al secondo cancello, le vengono tolte le perle di lapislazzuli dal collo.
Al terzo e quarto cancello, perde lo scettro e i gioielli del petto.
Proseguendo, cancello dopo cancello, le vengono strappati i vestiti.
Quando Inanna varca finalmente il settimo e ultimo cancello, è completamente nuda, vulnerabile e privata di ogni potere divino. L'ambiziosa regina del cielo è stata ridotta a un comune mortale di fronte alla durezza della morte.
Nuda e furiosa, Inanna fa irruzione nella sala del trono di Ereshkigal. In un gesto di estrema sfida, scalza la sorella e si siede direttamente sul trono degli inferi.
È l'errore fatale. Gli Anunnaki, i sette giudici del mondo sotterraneo, si stringono attorno a lei. Ereshkigal fissa la sorella con gli "occhi della morte", emette un grido d'ira e pronuncia la sentenza. Il verdetto è immediato: il corpo di Inanna viene colpito da una piaga fulminea e la dea dell'amore muore all'istante.
Il testo cuneiforme descrive la fine della dea più splendida del mondo con una crudezza impressionante: il suo cadavere viene trasformato in un pezzo di carne putrida e appeso a un gancio conficcato nel muro della cucina degli inferi.
Con la morte di Inanna, sulla Terra il tempo si ferma. Poiché la dea dell'amore e della fertilità è appesa a un gancio nel buio, gli animali smettono di accoppiarsi, i semi non germogliano nei campi, le donne non riescono più a partorire e gli uomini perdono ogni desiderio. Il mondo intero sta scivolando verso l'estinzione biologica.
Sulla Terra sono passati tre giorni. Ninshubur, vedendo che la sua signora non torna, esegue gli ordini. Va dai grandi dei Enlil e Nanna, ma entrambi si rifiutano di intervenire: "Inanna ha voluto sfidare le leggi della morte per ambizione, ora paghi il prezzo".
Disperata, Ninshubur corre da Enki, il dio della saggezza, dell'acqua dolce e della magia. Enki capisce che se Inanna non torna, la vita sulla Terra è finita. Ma sa anche che nessun dio maschio o femmina può entrare nel Kurnugi e violare i decreti di Ereshkigal senza rimanerne prigioniero.
Enki, che è il re dei risolutori di problemi, escogita una soluzione straordinaria. Si gratta sotto le unghie e, con quel po' di sporcizia e argilla, plasma due creature magiche: il Kurgarra e il Galatur. Queste creature sono uniche: il mito specifica che non sono né maschi né femmine. Essendo esseri privi di genere biologico, sfuggono alle leggi della riproduzione e, di conseguenza, le leggi della vita e della morte del Kurnugi non hanno potere su di loro. Possono entrare e uscire dagli inferi come fantasmi.
Enki affida loro il "cibo della vita" e l'"acqua della vita" e dà loro una strategia d'azione basata sulla pura empatia.
Quando il Kurgarra e il Galatur scivolano invisibili nel regno dei morti, trovano la regina Ereshkigal che urla per i dolori del parto (una metafora del dolore cosmico dovuto alla sterilità della Terra). Ogni volta che Ereshkigal sospira: "Oh, il mio cuore!", le due creature rispondono in coro: "Oh, anche il nostro cuore!". Ogni volta che lei geme: "Oh, le mie membra!", loro ripetono: "Oh, anche le nostre membra!".
Ereshkigal, commossa e sorpresa da quelle strane creature che, invece di temerla o chiederle favori, condividono sinceramente il suo dolore, dice loro: "Chi siete? Siete dei o mortali? Mi avete confortata. Chiedetemi qualunque dono e ve lo concederò".
Il Kurgarra e il Galatur indicano il pezzo di carne marcia appeso al gancio della cucina: "Vogliamo solo quel corpo". Ereshkigal, legata dalla parola data, cede. Le due creature cospargono il cadavere di Inanna con l'acqua e il cibo della vita di Enki. Il corpo si scuote, si ridesta, e Inanna risorge.
Inanna è viva, ma il Kurnugi non si lascia truffare così facilmente. I giudici Anunnaki le sbarrano la strada: "Nessuno esce indenne dagli inferi. Se Inanna vuole tornare in cielo, deve fornire un sostituto in carne e ossa che prenda il suo posto sul gancio".
Inanna risale sulla Terra scortata da un esercito di galla, demoni spietati e senza cuore che le artigliano i vestiti, pronti a ghermire chiunque lei indichi.
La dea inizia un viaggio tra le città del suo regno per trovare il sostituto. La prima tappa è a Umma, dove trova la sua assistente Ninshubur vestita di stracci e in lacrime per il lutto. I demoni si lanciano su di lei, ma Inanna li ferma: "No! Lei mi ha salvato la vita, non toccatela". Vanno in un'altra città e trovano un altro funzionario fedele che piange per lei; anche lui viene risparmiato.
Infine, la processione divina arriva a Kulaba, nel distretto di Uruk. Lì vive il marito di Inanna, il re-pastore Dumuzi (il Tammuz della Bibbia).
Inanna entra nella sala del trono e trova una scena che le fa gelare il sangue nelle vene. Mentre tutto il mondo era in lutto e lei era appesa a un gancio d'argilla, Dumuzi non stava piangendo. Era seduto sul suo trono imperiale, magnificamente vestito, intento a godersi un banchetto sontuoso, felice di essersi liberato di una moglie così ingombrante.
Inanna lo fissa con gli stessi occhi della morte con cui sua sorella aveva guardato lei. Indica il marito e urla ai demoni: "Prendete lui! Portatelo via!".
Dumuzi viene braccato dai demoni, piange, implora il dio del sole Utu di trasformarlo in serpente per fuggire, ma alla fine viene trascinato nel buio del Kurnugi.
Tuttavia, la storia si chiude con una nota di tragica pietà. La sorella di Dumuzi, Geshtinanna, mossa da un amore fraterno immenso, offre se stessa per salvare il fratello. Inanna, colpita da quel gesto, stringe un accordo finale con la sorella Ereshkigal: Dumuzi trascorrerà sei mesi all'inferno e, durante quel periodo, Geshtinanna salirà in cielo. Nei successivi sei mesi, si scambieranno i posti.
Questo finale mitologico, che precede di secoli il mito greco di Persefone e Demetra, era il modo con cui i Sumeri spiegavano l'alternanza delle stagioni. Quando Dumuzi è negli inferi, la terra brucia sotto il sole estivo e la natura muore; quando ritorna in superficie, la terra della Mesopotamia torna a fiorire.

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