Lettera di Clemente ai Corinzi
La Prima Lettera di Clemente ai Corinzi, scritta intorno al 96 d.C., rappresenta uno dei documenti più preziosi dell'era sub-apostolica. In un'epoca in cui la Chiesa di Corinto era lacerata da una violenta sedizione interna — che aveva portato alla deposizione arbitraria dei presbiteri da parte di una fazione di giovani carismatici — Clemente interviene da Roma non solo come vescovo, ma come custode dell'ordine ecclesiale.
Il testo originale è celebre per il suo richiamo all'armonia del cosmo e alla disciplina militare, concetti usati per ricordare ai Corinzi che la fede non è anarchia, ma un corpo organico dove ogni membro ha un ruolo stabilito. Tuttavia, dietro la solennità del greco antico e i richiami biblici, traspare l'esasperazione di un leader che deve gestire una comunità nota per la sua ingovernabilità cronica.
Se potessimo sollevare il velo della formalità teologica e leggere ciò che Clemente pensava davvero mentre intingeva il calamo nell'inchiostro, stanco delle continue lamentele provenienti dal porto di Corinto, il risultato sarebbe probabilmente molto simile a questo sfogo rimasto (finora) "segreto".
Il testo originale è celebre per il suo richiamo all'armonia del cosmo e alla disciplina militare, concetti usati per ricordare ai Corinzi che la fede non è anarchia, ma un corpo organico dove ogni membro ha un ruolo stabilito. Tuttavia, dietro la solennità del greco antico e i richiami biblici, traspare l'esasperazione di un leader che deve gestire una comunità nota per la sua ingovernabilità cronica.
Se potessimo sollevare il velo della formalità teologica e leggere ciò che Clemente pensava davvero mentre intingeva il calamo nell'inchiostro, stanco delle continue lamentele provenienti dal porto di Corinto, il risultato sarebbe probabilmente molto simile a questo sfogo rimasto (finora) "segreto".
Carissimi Corinzi,
Sia pace a voi, o almeno quel briciolo di calma che riuscite a mantenere tra un’assemblea e l’altra prima di saltarvi alla gola.
Scrivo da Roma con una mano sulla fronte e l’altra su un calice di vino schietto, perché, siamo onesti: leggendo le ultime notizie che arrivano dalla vostra ridente (e decisamente troppo vivace) città, la pazienza dei santi comincia a mostrare le prime crepe.
Ma cosa vi succede? Pare che a Corinto l'umiltà sia diventata un optional fuori catalogo. Siete passati dal "tutto in comune" al "tutto è mio e tu non capisci niente" con una velocità che farebbe invidia a una quadriga durante le Istmiche.
Avete deposto i presbiteri? Davvero? Uomini che hanno visto passare più governi che stagioni, giubilate perché un gruppo di giovani entusiasti ha deciso che lo Spirito Santo ora parla solo attraverso chi ha la tunica più alla moda e la parlantina più veloce.
Note di stile (per chi ha orecchie per intendere):
L'Invidia: È una brutta bestia, figlioli. È quel tarlo che vi fa guardare il vicino e pensare: "Perché lui ha il dono delle lingue e io solo quello dei calli alle mani?". Ricordatevi che perfino il sole e la luna hanno i loro turni senza fare scenate in cielo. Imparate dal cosmo: le stelle non chiedono un aumento di stipendio né cercano di rubare la scena alla Via Lattea.
L'Armonia: La Chiesa dovrebbe essere un corpo. Ora, immaginate se il piede decidesse di voler fare l'occhio: finireste tutti a terra nel giro di tre passi. Invece, eccovi lì, tutti a voler essere la "testa", col risultato che la vostra comunità sembra un'idra mitologica in preda a una crisi d'identità.
La Disciplina: La "metanoia" non è una parola che serve solo a riempire i rotoli di papiro. Significa cambiare testa. La vostra, al momento, sembra più orientata a decidere chi deve sedersi al posto d'onore durante l'agape piuttosto che a lavare i piedi a qualcuno.
In conclusione: datevi una regolata. Rimettete quei poveri anziani al loro posto, smettetela di comportarvi come se aveste inventato voi la fede ieri mattina tra un porto e l'altro, e cercate di non farmi prendere una galea solo per venire lì a spiegarvi l'ABC della convivenza civile a suon di parabole e sguardi severi.
Roma vi osserva. E, credetemi, non è un'osservazione particolarmente ammirata.
Cercate di essere buoni, se potete.
Clemente

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