Bartolomeo Bruti, l'eminenza grigia del tardo Cinquecento.

 


Se dovessimo riassumere il tardo Cinquecento in un unico personaggio, dimenticate i re sui troni o i generali in armatura. La vera anima del secolo si nascondeva nelle ombre delle locande di Istanbul, tra i corridoi dei palazzi veneziani e nelle lettere cifrate che viaggiavano per tutta Europa. Se quel mondo avesse avuto un volto, sarebbe stato quello di Bartolomeo Bruti.
 
Nato nel 1557 a Dulcigno, nell'Albania Veneta, Bruti non era un nobile di antico lignaggio, ma possedeva l'arma più potente dell'epoca: una straordinaria capacità di navigare tra culture diverse e una facilità disarmante nell'imparare le lingue. A soli sedici anni, mentre i suoi coetanei a Venezia imparavano un mestiere o studiavano i classici, Bartolomeo si trovava già a Istanbul per formarsi come giovane di lingua, ovvero come dragomanno. Imparare il turco ottomano, l'arabo e le complesse formule della diplomazia della Sublime Porta era il biglietto d'ingresso per un club esclusivissimo di mediatori culturali.
 
Ma Bartolomeo non voleva essere un semplice traduttore. Voleva essere il motore immobile degli eventi.
 
Nel giro di pochi anni, il giovane si trasformò nel prototipo del perfetto agente segreto rinascimentale. La sua rete di contatti era talmente fitta e ambigua che oggi i servizi segreti di mezzo mondo impazzirebbero a tracciarne il profilo. Lavorava per Venezia? Sì. Spiava per conto della Spagna di Filippo II? Certamente. Offriva informazioni alla regina Elisabetta I d'Inghilterra? Ovviamente.
 
Il suo capolavoro diplomatico e di spionaggio fu l'abilità con cui riuscì a tessere relazioni personali con il Gran Visir Koca Sinan Pascià, diventando il suo uomo di fiducia mentre, contemporaneamente, vendeva i segreti militari ottomani alle potenze cristiane.
 
Un aneddoto memorabile riguarda la sua incredibile audacia nel gestire i riscatti dei prigionieri. Dopo la celebre battaglia di Lepanto, il governatore di Algeri, Mehmed Bey, cadde nelle mani dei veneziani. Bruti, muovendosi come un fantasma tra i segretari del Papa, i mercanti levantini e la burocrazia di Venezia, riuscì a negoziare la sua liberazione. Questo non solo gli valse la gratitudine eterna (e politicamente monetizzabile) degli ottomani, ma gli permise di stringere un patto segreto con le autorità asburgiche proprio grazie alle informazioni ottenute durante la trattativa. Bruti giocava su così tanti tavoli contemporaneamente che spesso si trovava a finanziare i debiti di un sovrano con i soldi sottratti alla spia di un impero rivale.
 
Verso la fine della sua carriera, stanco forse delle troppe spie che gli respiravano sul collo a Istanbul, decise di trasferirsi nei principati danubiani, in Moldavia, dove assunse la carica di postelnic (una sorta di ciambellano e consigliere di stato). Anche lì, divenne rapidamente l'eminenza grigia dietro il trono, prestando enormi somme di denaro ai nobili locali per finanziare le loro scalate al potere.
 
Ed è qui che la sua diplomazia "acrobatica" trovò un limite insuperabile. Nel 1591, il nuovo principe di Moldavia, Aron il Tiranno, si rese conto di avere un enorme debito finanziario proprio nei confronti di Bruti. Il principe, fedele al suo soprannome, applicò una personalissima e brutale strategia di ristrutturazione del debito: invece di restituire i soldi, fece imprigionare e strangolare Bartolomeo, confiscando tutti i suoi beni.
 
Bruti morì a poco più di trent'anni, lasciando dietro di sé una scia di documenti cifrati, valigie diplomatiche sparse per i porti del Mediterraneo e il ricordo di una vita vissuta sul filo del rasoio, dimostrando che nel Rinascimento la conoscenza delle lingue e un pizzico di spregiudicatezza potevano portarti più in alto di qualunque corona.

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