Quando diciamo che qualcuno «non è uno stinco di santo», intendiamo dire, con una punta d'ironia, che non si tratta proprio di una persona irreprensibile o ligia al dovere. Ma da dove nasce questa espressione così radicata nella lingua italiana? E perché proprio lo "stinco"?
Per capirlo bisogna fare un salto nel Medioevo, all'epoca d'oro del culto delle reliquie.
Il ruolo dello "stinco" nei reliquiari
Nel linguaggio popolare, con "stinco" si indica l'osso della tibia, la parte della gamba che va dal ginocchio alla caviglia. Nei reliquiari diffusi in tutta la cristianità — le preziose teche sacre pensate per conservare e mostrare i resti dei martiri — la tibia era spesso la reliquia più grande, visibile e facilmente riconoscibile.
Trattandosi dell'osso più imponente della teca, lo stinco è diventato per metonimia il simbolo stesso della santità fisica della persona. Chi non era uno "stinco di santo", dunque, non possedeva quella materia sacra e immacolata... e di conseguenza neppure la condotta di vita corrispondente!
Il concetto di reliquia e di osso sacro porta con sé storie e vicende affascinanti, comprese quelle che riguardano il santo per eccellenza: l'apostolo Pietro.
La caccia alle ossa sotto la Basilica di San Pietro
Proprio sul tema delle reliquie ossee si è consumato uno dei gialli archeologici più famosi del Novecento.
Nel 1940, per ordine di papa Pio XII, iniziarono gli scavi sotto la Basilica Vaticana. L'obiettivo era esplorare la necropoli di epoca romana situata accanto al vecchio Circo di Nerone, usata da cristiani e pagani fino alla seconda metà del III secolo.
Durante i lavori emerse una piccola nicchia coperta da fitti graffiti cristiani, con invocazioni ricorrenti a Cristo, Maria e Pietro. Attorno alla nicchia era stata eretta un'edicola con due colonnine in marmo (il cosiddetto "Trofeo di Gaio"). Tuttavia, in un primo momento, le ossa dell'apostolo sembrarono introvabili.
Un giallo risolto tra graffiti e porpora d'oro
La svolta arrivò anni dopo. Nel 1953 vennero analizzati i resti ossei attribuiti a un uomo di circa 60-70 anni, ritrovati avvolti in un prezioso panno di porpora intessuto con fili d'oro — dettaglio che ne testimoniava l'altissima venerazione già in epoca costantiniana.
A questo si aggiunse l'epigrafista Margherita Guarducci, che decifrò su un frammento di muro rosso adiacente la famosa scritta in greco PETROS ENI ("Pietro è qui"). Sulla base di questi indizi, nel 1968 papa Paolo VI annunciò che i resti dell'Apostolo erano stati finalmente identificati.
Geometria sacra: dal filo a piombo alla Confessione
Oggi quei resti riposano esattamente dove la tradizione li ha sempre collocati.
Se si calasse un filo a piombo dal centro esatto della cupola progettata da Michelangelo, questo cadrebbe in verticale verso la nicchia inferiore della Confessione, dove una scatola in plexiglas conserva i frammenti ossei di Pietro.
Poco più in alto, ben visibile dalla balaustra illuminata da novantanove lampade votive, si trova la celebre icona bizantina del Cristo. Sotto di essa, la preziosa cassetta che si nota a colpo d'occhio non contiene le ossa dell'apostolo (situate al livello sottostante), bensì i pallii: le stole di lana bianca con croci nere che il Papa conferisce ai nuovi arcivescovi metropoliti, a simboleggiare il loro legame indissolubile con il successore di Pietro.

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